martedì 7 febbraio 2012

Società “ calabrolesa” e politica scolastica farlocca

  
Dopo innumerevoli appelli al diritto del lavoro ascoltati nella giornata del 1° maggio,  provenienti da più parti, a partire dal presidente della Repubblica, dalle varie OO. SS., dai capi di partito, e così via, ogni anno  ci auguriamo che i consueti slogans  preconizzati con tanta veemenza e convinzione, si trasformino per il bene di tutti,  finalmente in concretezza lavorativa, e non in  tradizionale chiacchiericcio politico. Mi chiedo fino a quando dobbiamo, o vogliamo credere a questa girandola di promesse? La situazione occupazionale, nonostante palesi tentativi di occultamento e logiche ottimistiche oramai lontane, è diventata gravissima, di conseguenza non ci si può più nascondere dietro un dito, perché tale realtà volente o nolente,  rimane funesta  soprattutto nelle aree del nostro Meridione,  ( in particolare modo in Calabria, che fa ancora molta fatica a inserirsi in diversi settori  italiani, figuriamoci europei, o peggio mondiali). Stante questa la triste realtà, ci si rende sempre più conto,  quali sono i veri mali della Questione cosiddetta  neo-meridionale, e in particolare modo le sue cause scatenanti, che hanno il carattere di un rispecchiamento passivo del disordine delle cose. Parimenti, non possiamo accorgerci di botto, che la società in cui  viviamo e respiriamo, è diventata prima di tutto egoista, che fa pendant con un vorticoso calo di acculturamento, che a sua volta ha creato una spaventosa mancanza di consapevolezza civile e morale, e che continua a creare un nocivo rapporto di causa/effetto, tra cittadino e istituzioni da un lato, tra cittadino e società dall’altro. Nella sostanza, siamo “sfortunati” eredi di un pesantissimo fardello diventato  insostenibile, o meglio,  l’epilogo di un’ overdose di antipolitica decennale  anacronistica e fallimentare che ha  fatto saltare quasi del tutto la difficile convivenza dei codici civili e morali, ma  che in modo implicito rimanda tutti noi  a un interrogativo fondamentale: dove cavolo sono state fino ad ora le istituzioni, che dovevano (e devono) vigilare sulla nostra precarissima situazione sociale ed economica?
A petto di questa prospettiva sociale ed economica avvilente, emerge purtroppo una situazione pericolosa e dilagante, determinata sia da un  nichilismo storico pauroso, che da una cultura di sottomissione troppo radicata,  voluta e sottaciuta,   a turno da chi comanda ( a quanto sembra senza mediazione politica nulla si può fare in queste terre), che alimenta e continua ad alimentare sempre più stuoli  di gente mediocre a discapito di chi sa, conosce e propone professionalità e, nel loro piccolo, anche soluzioni; il tutto in barba al decantato e abusato concetto meritocratico. Sotto questo profilo, di riflesso si rinvengono altri  e nuovi e subdoli mali, che a loro volta prolificano germi di infida arretratezza,  quali ad es., il virus del “sedicentismo”, a cui bisogna stare molto vigili, poiché chi ne viene affetto (moltissimi), diviene all’improvviso e magicamente esperto in qualcosa,  e  pertanto vuole a tutti i costi  portare avanti le sue ragioni, soprattutto i suoi conti in tasca, ovviamente attraverso  un funambolico savoir- faire all’italiana e  senza tener conto dei bisogni della gente. Tuttavia, la parabola di tale depauperamento civile è arrivata talmente agli estremi, che finalmente assistiamo al risveglio dallo stato catatonico, delle coscienze intellettuali,  le quali, nel nome della trasparenza e della dignità della persona  hanno iniziato ad alzare la voce,  e ricordandosi del loro importante esercizio di responsabilità  ci indicano con maggior forza la prima e vera strada da percorrere,  che presuppone in primo luogo, una necessaria implicazione di due diverse (ma in fondo uguali) e urgenti  riforme, in secondo luogo,  la consacrazione  della funzione egemone  delle seguenti riforme : quella morale e quella culturale. In fondo, basta guardarsi attorno per capire quanto ci siamo adagiati sugli errori delle classi dirigenti, e comprendere ancor più chiaramente, come tale tonalità riformistica, nel nostro Meridione, prende un significato più intrinseco e vitale, che spinge il suo mandato alle ultime conseguenze. Checché se ne dica, senza l’avvio concreto di queste riforme non possiamo avere le restanti, se non partiamo da queste premesse, non vi è risurrezione di alcun tipo, né economico, né sociale né quant’altro, se dovessimo fallire di nuovo, entreremo a testa in giù,  stavolta senza alcun respiro, nel perpetuo vortice delle commedianti promesse  e delle lacrimevoli speranza; e come possiamo ben intuire, o trarre spunto dagl’illimitati  risvolti della Storia, finita la festa è gabbato il santo.
Posta l’affinità, tra  l’agire culturale e l’agire morale, ineluttabili  prerequisiti fondamentali della nostra società., prendo spunto per entrare nel merito del secondo argomento, ossia il docente  come valido propagatore e sostenitore dei seguenti riordini. In Italia, sempre che qualcuno se ne sia accorto sul serio, il problema occupazionale scolastico è diventato dannatamente grave - nei mesi scorsi addirittura era del tutto ignorato e oscurato soprattutto dai media di stato-, e  in riferimento al filo rosso  di cui argomenta Francesco Fusca nel vostro giornale ( sez. “Editoriali”),  che legherebbe almeno in teoria  la linea politica  degl’ ultimi tre ministeri della P.I. italiana (Moratti Fioroni e soprattutto Gelmini), questo filo, ex abrupto  ha cambiato natura,  trasmutandosi   in un pericolosissimo filo elettrico ad alta tensione  che ha folgorato nell’ultimo biennio 87.000 posti di lavoro  (solo quest’anno 25.600 posti di docenti in meno, di cui la Calabria ha subito il maggiore taglio circa il 5,32%, e a tal riguardo, apprendo oggi che c’è un’intesa tra il ministro Gelmini e la regione Calabria "per non disperdere le tante professionalità della scuola calabrese": speriamo che sia la volta buona però!), e sta per incenerire entro l’anno prossimo altre migliaia, per un ammontare complessivo di oltre  142.000 posti lavoro. Tra l’altro, pochissimi sono a conoscenza che si tratta altresì  di una politica finanziaria che ha bruciato un’intera generazione di insegnanti ( 30-40enni), di cui, la maggior parte risulta essere dal punto di vista  formativo-didattico,  la più formata e la più professionalizzata ( in virtù di lauree, abilitazioni, master, pubblicazioni e così via; forse noi docenti precari non siamo a conoscenza che per insegnare con una certa tranquillità burocratica dovremo conseguire altresì un diploma di laurea magistrale su Marte, o magari su Saturno ), dai tempi della legge Casati sino a oggi.  Purtroppo, il valore degli insegnanti e la delicata questione del precariato scolastico in Parlamento non sono stati esaminati  nella dovuta considerazione, tranne pochissime iniziative -un esempio tra tutti l’emendamento Valditara, che avrebbe potuto dare ossigeno e speranze  a  migliaia di precari della scuola , è stato bocciato per ben due volte dal Parlamento senza esitazioni-,  tra gli scranni parlamentari si  è palesato non solo uno scarso  approccio politico e deontologico, ma anche un  rimanere immobile, in modo cocciuto,  su linee occupazionali  miopi che rasentano addirittura il cinismo,  dal momento che,  tali tagli macellerini avvengono nel periodo più cupo della  storia scolastica italiana - Rammento a titolo di comparazione,  che lo stipendio mensile  di ciascun parlamentare, tra prebende, bonus, ecc.,  nel suo complesso raggiunge quasi 20.000 euro,  ossia circa 18 stipendi mensili di noi precari della scuola, e attraverso questo semplice e laconico raffronto non possiamo più continuare  gridare solo allo scandalo -.  Per converso, delle interpretazioni date dal governo a proposito dei tagli, c’è da dire a suo favore soltanto, che è vero, che in questi ultimi lustri si è creato nel sistema-scuola italiano un “mercato delle  vacche ”, prodotto da diversi sottosettori e  dal retaggio sindacale, ma questo risultato  non è altro che il risvolto della medesima medaglia, cioè il sorgere e l’espandersi di un  serbatoio politico, accademico e economico, che in questi ultimi 30anni ha alimentato una non-coscienza o non-consapevolezza della classe docenziale italiana, che  gradualmente  si è affievolita e sgonfiata in un’unità collettiva dotata di scarso potere decisionale, finendo col diventare un corpo quasi amorfo (in questo siamo lontani ad  es. dai colleghi francesi, inglesi, tedeschi e così via). Al di là di questo sproporzionato indebolimento, mi sfugge ancora,  quale sia  la reale politica meritocratica nei riguardi degli insegnanti, se le istanze didattiche urgenti proposte dagli stessi docenti non vengono ascoltate dal MIUR. Essendo espressione di “competenza e conoscenza”, tali richieste, non capiamo perché i docenti che collaborano con riviste scientifiche o pubblicano studi, negl’ ultimi aggiornamenti  relativi alle G.ad E. e G.I., non hanno avuto la possibilità  di incrementare il  loro punteggio,  secondo la preconizzata meritocrazia? Oppure, perché non si sollecitano investigazioni ministeriali per verificare le conoscenze, competenze e abilità degli insegnanti come avviene in altri paesi europei? E ancora, perché il MIUR sta delineando  ipotesi di confluenza delle classi di concorso, cioè nuove classi di concorso che non daranno  una maggiore professionalità didattica, o solide formazioni di base dei docenti (ad es. un docente di italiano non può insegnare storia perché non ha un percorso formativo-dittatico adeguato), e di conseguenza, non potranno “trasmettere” i vari saperi agli alunni italiani. Eppure un criterio di confronto a livello mondiale, estrapolato dagli ultimi dati OCSE-PISA, ci segnala alcuni dati drammatici per la scuola italiana, soprattutto per gli studenti delle regioni meridionali, i quali, risulterebbero 4 volte più ignoranti degli studenti dell’ Azerbaijan. Questo triste paragone, dovrebbe far riflettere molto il ministero della P.I., ma alla condizione del presente, nulla di ciò che ho scritto, si trova  nell’approntamento presentato dalla configurazione ministeriale di viale Trastevere, come  efficace antidoto  pedagogico-formativo,  e teso al recupero del summenzionato gap didattico.
Oltre a ciò, insisto a dire che se la scuola rimane tutt’oggi il luogo in cui attraverso l’istruzione e l’apprendimento si realizza l’identità dell’alunno e, di conseguenza, del futuro cittadino, mi chiedo come docente italiano  -e non  come insegnante regionale o federale-, se posso, o se potrò continuare a  far fronte alla complessità del processo di insegnamento e apprendimento,   a governare e regolare l’azione didattica,   a combattere la cultura mafiosa, allestendo una “palestra di democrazia” , oppure a promuovere una cultura formativa e costituzionale sufficiente, se dall’alto delle istituzioni, si cambiano le regole  in corsa e continuamente, senza tenere conto delle necessità territoriali, e per di più senza confrontarsi con gli interessati più prossimi? Il problema maggiore della scuola non è la mancanza della carta igienica o del gesso, come molti organi informativi vogliono far intendere, ma cosa più importante, è che si mina la capacità educativa oggettiva dell’insegnante, il quale,  deve garantire all’alunno l’affidabilità necessaria per il proseguimento dei suoi studi, e sapendo che il “fine dell’educazione converge con quello civico”, so anche, che la responsabilità del docente deve attenersi obbligatoriamente  a questa regola basilare, che rimane assoluta. In proposito, è opportuno precisare, che questa tensione a promuovere incertezze, anticostituzionalità e antistatualità, mi spiazza sempre più, tanto che in questo momento, non comprendo  quale sia  la  vera responsabilità del ministero della P. I., soprattutto  quando lede palesemente  i diritti all’istruzione degli alunni e il diritto al lavoro dei docenti, e tra l’altro, cosa non meno grave,  emerge una responsabilità politico-educativa, relativa e poco assoluta,  nei confronti del sistema-scuola e  delle diverse aree regionali (soprattutto disagiate),  che rischia di sfociare nel più classico e becero qualunquismo. Su tale guasto, cuore di queste incongruenze, non posso non aggiungere, che allora, è inutile da parte  del governo convocare un Consiglio dei ministri a Reggio Calabria, quando invece servono risposte, presenti, futuribili ed espandibili a tutto il contesto regionale, cioè scelte affidabili che possono incominciare a risolvere a monte storture decennali,  e al contempo, tese al recupero generazionale. Infine, se vogliamo superare quest’abissale crisi, incominciamo a riappropriarci della “forza d’uso”  culturale, morale e civile, che nell’attuale  smarrimento della dimensione valoriale, rimane faro e sostegno  di scelte durature,  europeiste e di “rottura“,  come ad es. la scuola,  la quale grazie alla sua distribuzione territoriale,  rappresenta se non altro  una garanzia educativa e di investimento per le presenti e future generazioni, soprattutto  mediante  il suo funzionario più prezioso: l’insegnante nella sua quotidiana attività di educatore  e  di antemurale alle mentalità corruttive.
                                                                                             
                                                                          10 maggio 2010
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